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I consigli della Personal Shopper. Gli abiti che hanno segnato la moda del ‘900 – @2

RUBRICA – Seconda parte del viaggio nel mondo della storia della moda che ha segnato il ‘900.

1965 l’abito Mondrian: Creato da Yves Saint Lauren, è una delle tante interpretazioni del mondo moderno, questa volta sfruttando l’estetica delle Belle Arti. Per il primo esempio di astrazione nel fashion design, YSL scelse il pittore olandese Piet Mondrian (1872-1944) i cui dipinti erano diventati simbolo internazionale di modernità e gusto. Apparso sulla copertina di Vogue nel 1965, questo abito faceva parte di una serie di modelli con lo stesso tema e puntava a catturare la vera essenza della figura umana. Formato da pannelli di tessuto in lana bianchi, neri e colori primari cuciti insieme, nascondeva volutamente le forme del corpo, ottenendo come risultato un rigoroso esempio di ordine, assoluta bellezza ed eleganza in tanta semplicità. Da questo momento la moda diventava davvero moderna e iniziava a guardare al futuro come non aveva fatto mai. Grazie ad Yves Saint Laurent, le opere di Mondrian rivissero anche nei decenni successivi in molte collezioni di altri couturier e creatori di calzature: tra tanti ricordiamo Dolce e Gabbana, Andrea Filster, e , nel 2010 la collezione di costumi da bagno di Sarah Schofield, popolare talentuosa fashion designer australiana, subito imitata in tutto il mondo.

1965 la minigonna: I tempi erano cambiati, l’essere giovane da stato biologico diventava a tutti gli effetti uno stato sociale, ora l’ultima parola spettava alla nuova generazione. Questa volta fu Londra, città di grande fermento sociale, per mano di Mary Quant, ispirata dalle creazioni di Andrè Courrèges, ad esprimersi a chiare lettere, inventando una lunghezza d’abito mai vista prima, la minigonna. Contrariamente a quanto si pensa, il messaggio che la minigonna mandò al suo esordio non fu quello di libertà sessuale “Il corpo è mio e lo gestisco io”, tutto ciò avvenne solo qualche anno dopo, quando ormai la nuova lunghezza degli abiti si era ampiamente consolidata e sedimentata nei guardaroba delle ragazze più cool. Mary Quant scelse, non a caso, per presentare al mondo la sua creazione, Twiggy, la prima modella magrissima e senza forme, e la scelse proprio per questo. Twiggy aveva un fisico etereo ed infantile, veniva fotografata indossando i miniabiti della celebre stilista, abbinati a scarpe basse e calze colorate, ed era questo ciò che le giovani volevano dire: “Mamma, piuttosto che diventare come te (rifiuto totale del ruolo classico della donna angelo del focolare tutta casa, chiesa e famiglia) resto bambina!” Il successo non tardò ad arrivare, la minigonna divenne immediatamente la nuova divisa della generazione di ragazze che si era guadagnata a suon di contestazioni, una voce in capitolo.

1966 abito a dischi metallici. Nella frenetica ripresa tecnologica e produttiva, l’utilizzo nella moda di materiali come il pvc e l’alluminio, generò un grande consenso ed un nuovo linguaggio visivo. Lo stilista di origini spagnole ma operante a Parigi Paco Rabanne, realizzò una versione contemporanea della cotta di maglia usata al tempo dei cavalieri medioevali, dimostrando come anche uno dei materiali più rigidi come il metallo, poteva essere usato nella creazione di abiti. Il risultato fu uno scintillio che tintinnava attorno al corpo della donna, producendo in passerella uno spettacolo che assomigliava di più ad un razzo spaziale che ad un capo di alta moda. L’abito a dischi non era certamente comodo da portare ma, rappresentava una giocosa visione del futuro che Paco Rabanne avrebbe reso immortale nei costumi disegnati per Jane Fonda nel film culto “Barbarella”.

1968 la sahariana: Ancora una volta Yves Saint Laurent (che dopo Coco Chanel fu il secondo grande inventore del guardaroba della donna moderna) , questo abito diede un’immagine tutta nuova al tradizionale stile coloniale, utilizzando tonalità neutre ispirate a camicie e pantaloni cachi. YSL creò un look innovativo che esprimeva sicurezza pur affidandosi a colori molto sobri. Grazie ai bottoni, alle tasche ed alle cinture, la sahariana divenne un capo molto di tendenza, e la donna, per la prima volta, da preda diventò cacciatore. Oggi la sahariana costituisce un genere a sé, reinventato anno dopo anno, fino ad essere considerato un classico del guardaroba , e sta proprio qui la genialità del Designer! Nello stesso anno, il Maestro propose dalle sue passerelle altri capi d’abbigliamento destinati a rimanere per sempre nella storia e nei nostri guardaroba, lo smoking femminile ed il nude look.

1973 wrap dress: La vestaglietta in jersey legata in vita era il look per eccellenza della metà anni ’70 e non lo era solo per comodità ma anche per una questione di fermezza e praticità. Questo straordinario abito garantì alla sua ideatrice, la belga Diane Von Furstemberg che viveva e lavorava a New York, una brillante ed illustre carriera. Quintessenza della semplicità, questo abito è facilissimo da mettere ed anche da togliere, conseguenza inevitabile del femminismo e del consumismo. Fu lanciato in un’epoca in cui le donne esprimevano una nuova sicurezza in se stesse, nel lavoro, nel tempo libero ed in camera da letto. Nel 1997 la Furstemberg rilanciò la sua linea e da allora divenne l’abito da giorno del decennio, tutte le catene d’abbigliamento ne proponevano una loro versione, ancora oggi questo modello viene molto usato ed apprezzato.

1981 l’abito nuziale di Diana: La prima cosa che si intravedeva man mano che la carrozza reale si avvicinava alla cattedrale di Saint Paul, era il viso della futura principessa avvolto in una nuvola di bianco, incorniciato dal profilo dorato del finestrino da cui salutava la folla. Poi quando scese appoggiando i piedi sul tappeto rosso, l’abito si gonfiò e con l’aiuto dei due stilisti inglesi che l’avevano realizzato David ed Elizabeth Emanuel, venne srotolato anche lo strascico che sembrava non finire mai. Me lo ricordo benissimo, ero una ragazzina e non mi scollai nemmeno un minuto dal televisore che trasmetteva le immagini del matrimonio reale in diretta. Da quel giorno i gusti e le aspirazioni delle spose non sarebbero più stati gli stessi. Era l’abito da sogno che indossavano le principesse delle fiabe, portò alla ribalta gonne ampie e rouches. Grazie alle decine di metri di tulle, seta color avorio e taffettà, alla massa di nastri, fiocchi e pizzi, alle maniche a sbuffo, al collo fru-fru, l’abito era un’espressione di opulenza e di eccesso che anticipava le tendenze del decennio a venire.

2001 l’abito di Julia Roberts alla premiazione degli oscar. Alla cerimonia di premiazione del 2001 Julia Roberts si presentò per ritirare il meritato premio come miglior attrice protagonista per il film “Erin Brockovich” con un meraviglioso abito di Valentino, solenne, elegantissimo che evocava l’epoca d’oro di Hollywood, fin qui nulla di strano ma, se pensiamo che l’abito non era nuovo di zecca e cucito appositamente come accadeva per tutte le star, ma bensì di quasi venti anni prima, del 1982. La scelta dell’attrice fece scalpore, sembrava voler dire che era la sua personalità a contare di più, l’armonia tra lei e l’abito scelto, rafforzando ancora di più la sua già spiccatissima personalità. Questa mossa contribuì in modo significativo a legittimare l’ascesa del vintage come scelta di moda non solo accettabile ma altamente desiderabile, oculata e fortemente chic, come lo è ancora oggi. Da allora anche le dive cominciarono a rovistare tra vecchi bauli e mercatini dell’usato.

Maria Cristina Giordano
Consulente d’Immagine e Personal Shopper
info@mariacristinagiordano.it
www.mariacristinagiordano.it
Blog: cosimipiaccio!.blogspot.com
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ANNO 2015

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6 marzo 2017 — 16:34 / I consigli della Personal Shopper
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