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Transcontinental Race: dal Belgio alla Turchia sui pedali

LECCO – Riceviamo e pubblichiamo il racconto di Alberto Pugno Vanoni, tra i protagonisti alla Transcontinentale Race 2017. 12 giorni, 3700 chilometri e oltre 40.000 metri di dislivello, dal Belgio alla Turchia, passando per le campagne francesi e il massiccio centrale, le Alpi svizzere e le Dolomiti, la Dalmazia e i Balcani, le pianure del Kosovo e la costa greca. La Transcontinental Race è la corsa più lunga d’Europa, un cocktail forte tra gara e avventura, che ogni estate attraversa l’intero continente. Ognuno per sè, senza supporto ma con un bagaglio di speranza e voglia di scoprire e scoprirsi.

“Un nastro di quasi 4000 km adagiato su saliscendi, tra le valli e lungo i fiumi una sinuosa traccia dalle Fiandre a Meteora, Tessaglia – Grecia, lambendo il Reno, attraversando le colline del Baden-Württemberg e della Svevia, le Alpi al Brennero e poi la Val Sugana fino alla pianura padana, scalando la cima del Grappa, lasciandosi alle spalle il Tagliamento e Tarvisio, raggiungendo poi Vienna e Bratislava scalando la catena montuosa dei monti Tatran di confine tra Slovacchia e Polonia per correre sulle strade montuose del nord dell’Ungheria, percorrere gli infiniti rettilinei rumeni e attraversare le città della Transilvania, varcare i Carpazi sul locale Stelvio la leggendaria Transfaragasan, tagliare il Danubio su una chiatta fluviale ed entrare in Bulgaria e poi salire a Sofia (meglio salire che bruciare in quella infuocata pianura!) e riscendere in Macedonia sempre pedalando su strade individuate a tavolino quale compromesso tra rotta ideale e dislivello ma che fossero anche tranquille cioè lontane dal traffico pesante. Ciò non è stato sempre possibile.

Il nastro, ridotto in tappe e caricato sul navigatore, non lo avevo preparato io e neppure studiato più di tanto. Paolo il mio compagno (eravamo iscritti quale coppia) era competente sull’argomento. Ho dovuto però occuparmene così come mi sono dovuto occupare del navigatore del quale non ero assolutamente pratico. Ho dovuto farlo: il mio partner si ritirava (“schratched”) sul Grappa al secondo dei 5 check point (i passaggi obbligati) dopo una epocale salita esposta a sud in giornata e orario torridi.

Tutto ha funzionato tanto è vero che sono arrivato e sono arrivato entro il termine di chiusura del presidio d’arrivo di Meteora, 15 agosto. Una grande soddisfazione per un nonno quale mi ritrovo da qualche mese e ciò per diversi motivi:
– l’aver avuto coraggio di partecipare
– l’aver avuto coraggio di proseguire una volta rimasto solo
– l’aver avuto la fortuna di essere uscito indenne da diverse camionali
– l’aver avuto sufficiente lucidità per gestire le giornate in modo da poterne affrontare il giorno dopo un’altra e poi un’altra ancora fino all’arrivo

La mia tattica mentale? Mai pensare “quanto manca” neppure nell’arco della giornata ma vivere ogni giorno pedalando e pedalando, salutando con la mano chi si incontra, ma soprattutto leggendo il paesaggio, immaginando dove passerà la strada, quale imboccatura prenderà avvicinandosi ai rilievi montuosi, dopo quale curva ci sarà la discesa. Ciò mi ha consentito, anche senza continue verifiche, il rispetto dei “minimi sindacali” che avevo calcolato strada facendo, cioè 240 km quotidiani, indipendentemente dalla tipologia delle strade e dalle condizioni meteo, vento compreso. La ricerca dell’alloggio per la notte fino all’alba iniziava verso le 19.

Altra cosa importantissima: ho vinto il terrore che ogni ciclista ha dell’attacco dei cani. In Romania ho fatto “gavetta” in Bulgaria, Macedonia e Grecia ho affinato le tecnica di difesa. Oggi so come si fa anche differenziando tra singolo e branco …..

Che emozione trovarsi soli a pedalare in posti impensati. Ciò ha sicuramente aiutato a superare la fatica. L’emozione di ogni giorno è stata pari a quella dell’arrivo a Meteora, degna meta del lungo viaggio.

Un ringraziamento a familiari e amici ciclisti e non che mi hanno incoraggiato con messaggini che leggevo la sera quando guadagnavo un letto di albergo. La proiezione sulla mappa della posizione trasmessa dal GPS fornito alla partenza ha consentito una vicinanza che mi ha fatto molto piacere e sicuramente mi ha aiutato.

Un sentito  grazie a Danilo e Colin, del Bianchi Bike Store e Inlet di Lecco per avermi posizionato in sella: come? …. lo dicono i fatti: nemmeno un dolorino!

Torniamo al nastro: se lo prendo tra le dita in un certo punto e mi soffermo rivedo i paesaggi, rivivo la strada in modo preciso le situazioni vissute in quei luoghi nonostante di quelli ancor oggi ignori nomi e storia.
E’ per me appagante essere consci di doversi arrangiare e accorgersi che in realtà anche lontani da casa e sostanzialmente indifesi, dove spesso a parole non ci si intende, non si è minacciati da nessuno e la gente è mite e cordiale.

Ho percorso circa 235 km al giorno, per 17 giorni. L’inglese ventiseienne vincitore, James Hayden ha impiegato la metà. La metà è anche il numero di noi finisher, i partenti erano 286.

La gara, ispirata al doversi arrangiare, nell’intento del suo ideatore (Mike Hall – scomparso in un incidente stradale mentre correva la Indian Pacific Wheel in Australia nel marzo di quest’anno) doveva evocare le massacranti competizioni degli albori del ciclismo agonistico cui partecipavano disperati avventurieri non sponsorizzati appunto self-supported riders, eroicamente contrapposti alle prime squadre che andavano organizzandosi. Allora non c’ero ma sono convinto che l’operazione sia ben riuscita.

Un consiglio finale, chi ci vorrà partecipare ci partecipi solo perché, come diceva Mike Hall, la Transcontinental Race è una gara per “solo rider”! “.

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11 ottobre 2017 — 15:53 / Sport
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