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La storia di Laura: “Grazie al trapianto sono tornata a vivere”

di C.Franci

Laura Raineri oggi, a sei mesi dal trapianto di midollo osseo che le ha salvato la vita

 

LECCO – “Sono nata il 13 febbraio 1963, e poi una seconda volta, il 1° giugno 2017, giorno in cui ho subito il trapianto del midollo osseo”.

Quella di Laura Raineri, 54enne lecchese, è una storia di rinascita. Parrucchiera, titolare del salone di bellezza Hair Vanity di via Petrarca, Laura ha scoperto di essere malata di leucemia nel dicembre del 2016. Da allora la sua vita non è stata più la stessa, ma dopo un anno di calvario dentro e fuori dall’Ospedale oggi Laura può finalmente dire di stare bene.

Per questo deve ringraziare un giovane ragazzo tedesco: è suo il midollo osseo che Laura ha ricevuto dopo sei mesi di ricovero all’Ospedale Niguarda, che le ha permesso di riprendersi e di tornare a vivere con suo marito nella loro casa a Valmadrera e, di tanto in tanto, di tornare nel suo amato negozio.

La leucemia è una malattia devastante, ma allo stesso tempo mi ha dato tanto. A volte, non lo nego, mi sono ritrovata a ringraziare il Signore per avermi fatto vivere tutto questo. So che può sembrare assurdo, ma è così” ha premesso Laura prima di raccontare la sua storia, seduta in cucina, mascherina al collo, occhi truccati e accesi.

Un autoscatto a casa, durante i pochi giorni fuori dall’ospedale, prima del trapianto

 

Tutto ha avuto inizio con dei lividi sulle gambe. “Mi ero accorta di alcuni ematomi molto grossi, all’inizio pensavo di aver picchiato da qualche parte, può capitare. Nel giro di pochi giorni però da uno erano diventati cinque, e ho iniziato a preoccuparmi. Ho fatto alcuni controlli, senza esito. Poi un giorno ero in negozio e una mia cliente, dottoressa in Ematologia all’Ospedale di Lecco, ha notato i lividi sotto le calze. Mi ha consigliato di sottopormi a una serie di esami, che ho subito fatto l’indomani all’Asl di Valmadrera. Li ho fatti al mattino, a mezzogiorno mi ha telefonato la mia cliente dall’Ospedale: ‘Laura, guarda che qui è un disastro, domani ti devi ricoverare, subito’. Io sono rimasta di sasso. Le ho chiesto se era leucemia, e lei ha confermato”.

“Quando mi hanno detto che ero malata – ha proseguito Laura – non mi sono preoccupata per la leucemia, ma per il lavoro. Il pensiero era assillante: eravamo sotto Natale, con un planning pienissimo, come potevo ricoverarmi e lasciare il mio staff solo? Non riuscivo ad accettarlo. Continuavo a pensare che la malattia era qualcosa di cui si sarebbero comunque occupati i medici, io non potevo fare altro che mettermi a disposizione. Ma chi avrebbe pensato al negozio, al mio lavoro di una vita?”.

Avuta la notizia Laura ha così per prima cosa riunito le 14 ragazze del suo salone, annunciando che dall’indomani per alcuni mesi non sarebbe potuta andare a lavorare: “Non mi sono dilungata a spiegare cosa mi stava succedendo, ho usato il poco tempo a disposizione che avevo per programmare il lavoro, per spiegare alle mie ragazze quello che andava fatto nei mesi successivi. Ho finito di lavorare alle otto quella sera, poi sono tornata a casa e ho preparato il mio trolley. Il giorno dopo mio marito mi ha portata al Niguarda”.

‘Strappo alla regola’ in ospedale: poco dopo il ricovero Laura si è concessa una pizza insieme ad altri pazienti, diventati amici

 

In ospedale Laura è stata subito sottoposta a una chemio-terapia generica e a una serie di esami. Tramite il prelievo del midollo osseo i medici hanno potuto sviluppare una terapia mirata per la sua leucemia mieloide acuta, annunciandole però che l’unica speranza per sopravvivere era il trapianto. “Quando sono arrivata il primario mi ha detto che mi restavano 3 mesi di vita”.

Mentre il midollo di Laura veniva inserito nella Banca del Midollo Osseo per cercare possibili donatori, i primi ad essere stati sottoposti al test di compatibilità sono stati i suoi fratelli e le sue sorelle: “Siamo una famiglia molto numerosa, io sono l’ultima di 13 fratelli. Degli 8 ancora viventi però nessuno era compatibile”.

La notizia della presenza di un possibile donatore arriva a maggio, mentre Laura è a casa per qualche giorno: “In sei mesi di ricovero ho trascorso a casa un totale di tre settimane,  ci dimettevano per pochi giorni quando le difese immunitarie tornavano ad un livello tale da permetterlo. Mi hanno telefonato dal Niguarda, dicendomi che avevano trovato un donatore. Non ho esultato, non ho ringraziato, sapevo bene quanto era delicata la situazione. Tra gli altri pazienti ricoverati nelle mie stesse condizioni avevo sentito storie assurde: donatori che all’ultimo cambiavano idea, parenti che non volevano donare il midollo. Così ho semplicemente appreso la notizia, senza illudermi troppo. Ma poi sono tornata in ospedale: il donatore c’era, un giovane di 23 anni, e avrebbe donato. Mi preparavano per il trapianto”.

La preparazione per ricevere un trapianto di midollo osseo come spiegato consiste in una potente chemio-terapia volta ad azzerare completamente le difese immunitarie del ricevente: per tutta la settimana prima del trapianto Laura ha dovuto assumere 144 pillole al giorno di chemio-terapia. Il 1° giugno l’hanno attaccata a una flebo di 12 ore: dentro c’erano 1chilo e 300 grammi di midollo osseo di un giovane donatore tedesco.

Dopo il trapianto Laura è rimasta un mese in ospedale, in una stanza isolata: i medici hanno dovuto controllare che il suo corpo ‘accettasse’ il midollo osseo trapiantato. “Graft versus host disease” si chiama, in italiano la malattia del trapianto contro l’ospite: “E’ stato un vero calvario. Ho avuto la polmonite, una mucosite acuta, non potevo praticamente ricevere visite, la doccia consisteva in una detersione della pelle con garze imbevute di betadine e acqua. Durante quei giorni ho pensato che non avevo motivo di soffrire così tanto, preferivo morire. Non volevo tornare poi alla vita di prima. Grazie all’aiuto di una psicologa avevo anche accettato la faccenda del lavoro che tanto mi aveva spronato a combattere, mi sentivo demotivata. Così mi sono lasciata andare, ho smesso di mangiare e di bere da sola. Poi pian piano mi sono ripresa e ho iniziato a stare meglio. Quando mi hanno detto che potevo tornare a casa ero preoccupata però, avevo paura potesse succedermi qualcosa e senza i medici vicino non sapevo come avrei fatto”.

Invece il ritorno alla normalità di Laura è stato sereno, spezzato solo da una brutta cistite emorragica che l’ha costretta a tornare in ospedale per altri 20 giorni. Oggi, a poco più di un anno dalla scoperta di malattia, Laura può dire di stare bene: “Certo, ho tante limitazioni, dovrei sempre avere la mascherina, avere pochi contatti con le persone, seguire una dieta limitata. Non è facile, ma finalmente ho smesso di soffrire. Spesso – ha detto Laura – penso al donatore. Vorrei scrivergli una lettera, non sono ancora riuscita: non vorrei risultare troppo banale o troppo drammatica, devo raccogliere le idee ma certamente gli scriverò”.

Con le ragazze dello staff nel suo negozio in via Petrarca

 

Laura ha voluto rivolgere un pensiero ai familiari che gli sono stati vicino nei duri mesi della malattia, e, naturalmente, alle sue ragazze in negozio: “Sono grata a tutte loro, mi sono state vicino e si sono date senza limiti, portando avanti l’attività e crescendo professionalmente”.

Prima di salutarci abbiamo chiesto a Laura se c’era qualcosa nella sua personale esperienza con la malattia che voleva condividere con chi sta passando un momento simile. Lei ci ha pensato un attimo. “Dopo il trapianto i miglioramenti sono veramente lenti, te ne accorgi guardando indietro mese per  mese. Non bisogna perdere la speranza, ma soprattutto la forza. Non tutti i mali vengono per nuocere, davvero – ha concluso Laura – e il dolore non va ignorato. A me ha insegnato tanto, e sono grata di essere qui per dirlo”.

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15 gennaio 2018 — 17:03 / Attualità, Lecco
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