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Montagna. Della Bordella racconta il Riso Patron e lo dedica a Ciapin

Matteo Della Bordella e Silvan Schüpbach

 

LECCO – “22 giorni di spedizione in una delle zone più remote e isolate della Patagonia, con l’obiettivo di scalare il Cerro Riso Patron. Una montagna misteriosa e poco conosciuta situata sul lato occidentale dello Hielo Continental e dista circa 70 km dai famosi Cerro Torre e Fitz Roy”.

Il Ragno di Lecco Matteo Della Bordella è tornato dalla Patagonia dove, con l’alpinista elvetico Silvan Schüpbach, ha salito il Cerro Riso Patron e racconta l’avventurosa salita: “La montagna presenta due cime: quella centrale (circa 2.550 metri) che fu scalata per la prima volta dai Ragni di Lecco nel 1988 (Ferrari, Lombardini, Spreafico) e successivamente da un team francese nel 2015 (salita per la quale furono premiati con il piolet d’or) e la cima Sud (circa 2.350 metri), che prima della nostra salita era ancora inviolata”.

Ascesa al Cerro Riso Patron Matteo Della Bordella Ragni

Come al solito lo stile adottato è “by fair means” (con mezzi leali): “Abbiamo effettuato la prima parte dell’avvicinamento alla montagna con i kayak. Siamo partiti da Puerto Eden, un piccolo villaggio di pescatori collocato nei fiordi Cileni, che dista circa 100 km dal luogo dove abbiamo posto il nostro campo base. Silvan ed io avevamo già sperimentato questo tipo di approccio nel 2014 in Groenlandia, ed era da tempo che progettavamo di fare insieme qualcosa di simile, ma in un luogo ancora più selvaggio e più impegnativo dal punto di vista delle condizioni e della logistica, come la Patagonia”.

I due alpinisti sono partiti da Puerto Eden il 10 febbraio con i loro kayak carichi di tutto il necessario per sopravvivere 30 giorni e per scalare il Cerro Riso Patron: “Le buone condizioni del mare ci hanno permesso di raggiungere il luogo del nostro campo base, situato nel fiordo Falcon, dopo 3 giorni di navigazione. Non appena raggiunto il luogo prefissato per accamparci, ci siamo trovati di fronte uno spettacolo desolante ed allo stesso tempo spaventoso: al posto della classica foresta verde, rigogliosa e fitta, ricca di vita, di suoni e di uccelli ci è apparsa una distesa marrone di sabbia, terra ed alberi sradicati, cosparsa qua e là di blocchi di ghiaccio, pesci morti e conchiglie. Non sappiamo bene cosa possa essere successo, ma ipotizziamo che una sorta di ‘tsunami’, avvenuto presumibilmente non molti giorni prima del nostro arrivo, abbia distrutto qualsiasi cosa nel raggio di un kilometro e mezzo di distanza”.

“Sapevamo, dai pochi alpinisti che avevano tentato in precedenza il Riso Patron, che l’avvicinamento sarebbe stato molto impegnativo e così il giorno successivo al nostro arrivo abbiamo immediatamente iniziato ad esplorare la zona – racconta il Maglione Rosso -. Tra le varie possibilità abbiamo optato per un avvicinamento un po’ ‘acrobatico’: la parte cruciale era costituita dall’attraversamento di un grande fiume che usciva da un lago glaciale. Mi sono quindi legato un cordino in vita e, dopo aver nuotato sulla sponda opposta del lago, lo abbiamo teso per circa 80 metri, ad una decina di metri dall’acqua, affinché ci permettesse di passare da una parte all’altra del fiume senza bagnarci. Per il resto, il percorso era ‘ordinaria amministrazione’: tra paludi, boschi e prati verticali, in direzione della parete Ovest del Cerro Riso Patron”.

Matteo Della Bordella in vetta

 

Il 15 febbraio, finalmente, è stato posizionato il campo avanzato a circa 1 ora e mezza dalla base della parete; tutto era pronto per attaccare la Ovest del Riso Patron Sud: “L’obiettivo principale del nostro lungo viaggio. L’attesa del bel tempo ci ha lasciato ipotizzare diverse strategie e linee di salita. Tuttavia, solo dopo aver aspettato pazientemente al campo avanzato che l’ultima tempesta Patagonica si esaurisse, è arrivato il momento di fare un tentativo. Come spesso accade dopo tanti giorni di brutto tempo, la parete era completamente incrostata di neve e ghiaccio, così abbiamo scelto una linea di salita che ci permettesse di scalare con piccozze e ramponi”.

Nei primi 300 metri le difficoltà erano modeste: “Ci siamo poi trovati davanti a 25 metri di roccia verticale e compatta. Li abbiamo superati con la cosiddetta tecnica del ‘dry tooling’ impiegandoci più di un’ora. Messo alle spalle questo scoglio, siamo andati avanti piuttosto spediti, sempre su terreno misto roccia/ghiaccio, fino a raggiungere un nevaio, che ci ha rapidamente condotto ad una ripida rampa completamente ghiacciata. Qui la scalata si è fatta veramente entusiasmante, sempre con ramponi e piccozze, sul tipico mix di ghiaccio e neve patagonico con pendenze fino a 90 gradi”.

Il campo base

 

Alle 20.30, dopo 12 ore di scalata e con il tramonto alle spalle, i due alpinisti si sono stretti la mano ed abbracciati in cima al fungo di ghiaccio sommitale della vetta Sud del Riso Patron (King Kong, 900m, M7+, 90°): “La sensazione di essere i primi uomini a mettere i piedi su questa montagna, mi ha fatto sentire piccolo piccolo al cospetto della grandezza della natura e del panorama mozzafiato che avevo di fronte. Quella notte abbiamo potuto godere di un bivacco indimenticabile, al riparo in una grotta di ghiaccio proprio sotto il fungo finale, prima di intraprendere la discesa, il giorno successivo. Una volta tornati al campo base potrebbe sembrare ovvio che lo step successivo della spedizione sarebbe stato quello del rientro verso casa. Ma non era così scontato per noi, che avremmo voluto scalare ancora e vivere altre grandi avventure in questo austero ma attraente, paradiso di ghiaccio e roccia, dalle molteplici possibilità per nuove e difficili vie di arrampicata”.

I due alpinisti in kayak

 

Il tempo si era definitivamente volto al peggio e così, dopo aver recuperato tutto il materiale al campo avanzato: “Ci siamo dovuti rimettere nei nostri amati ed
odiati kayak. Il rientro via mare è stata la degna conclusione di questa avventura impegnativa: il vento contrario ci ha tenuto compagnia per buona parte del tempo, tanto che mi sentivo come i ciclisti in un ‘tappone dolomitico’ del Giro d’Italia: pagaia stretta e testa bassa, a combattere contro i crampi e la fatica. Solo l’ultimo giorno ci ha concesso un regalo: il vento a favore, per un arrivo trionfale nella ridente Puerto Eden”.

Il dettaglio della via

 

Matteo Della Bordella chiude con una dedica speciale: “Daniele Chiappa, uno dei mitici quattro primi salitori del Cerro Torre nel 1974, aveva a lungo sognato e progettato una salita simile alla nostra su questa montagna. Sebbene né io né Silvan avessimo mai avuto la fortuna di conoscerlo, per questo suo sogno e per tutto quello che ha fatto per l’alpinismo a Lecco e non solo, questa salita vorremmo dedicarla a lui”.

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19 marzo 2018 — 15:11 / Attualità, Lecco, Montagna
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