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“L’Italia nel bicchiere”. Alla scoperta del Sangrantino di Montefalco

RUBRICA – Ciao a tutti, in particolare a coloro che seguono con entusiasmo i corsi di degustazione didattica, ampliando in modo diretto e concreto le proprie conoscenze in materia di vino ed enogatronomia.

Proprio in una di queste serate dedicate alla degustazione ho riassaggiato dopo tanto tempo, visto che non è propriamente un vino “estivo”, un Sagrantino di Montefalco e sono rimasto davvero stupito dell’evoluzione positiva che sta avendo questo possente e rustico vino rosso dell’Umbria.

Le tradizioni e le leggende ed esso legate quasi non si contano, se ne parlava già dal 1600, ma sta di fatto che ancora negli anni ottanta era prodotto con metodi fin troppo artigianali e antichi al punto che l’unica versione “bevibile” era quella del passito (solo perché dolce) mentre dei rossi tradizionali , così grezzi e astringenti, non ricordo di averne chiesto mai un secondo bicchiere .

Il sagrantino è un vitigno autoctono a bacca rossa coltivato esclusivamente in Umbria, a Montefalco e comuni limitrofi in provincia di Perugia, ha un acino di piccole dimensioni con una buccia decisamente spessa di color nero-bluastro in grado di cedere abbondanti polifenoli e tannini, soprattutto in proporzione a quanto si estrae dalla polpa. La maturazione delle uve è tardiva e la vendemmia si protrae sino ad ottobre inoltrato con una moderata produttività.

Il nome Sagrantino sembra proprio che derivi da “sacro” in quanto il passito dolce veniva utilizzato come vino per la messa, cosa che in loco fanno ancora ai giorni nostri, poi la produzione si è orientata maggiormente sul vino rosso da tavola facendo comunque i conti con un uva decisamente scontrosa e difficile da domare.

Solo a metà degli anni novanta alcuni produttori come Adanti, Arnaldo Caprai, Antonelli – San Marco e Scacciadiavoli sono riusciti, adottando metodi di vinificazione moderni ed innovativi e curando maggiormente l’ affinamento, ad ottenere ottimi sagrantini che alternano perfettamente potenza, eleganza e tipicità, onorando così l’ottenimento della DOCG avvenuta con la vendemmia 1992.

Inoltre, assieme al Sagrantino di Montefalco DOCG si è lavorato molto per migliorare il Rosso di Montefalco DOC ed il Rosso riserva, due “fratelli minori” in cui vengono utilizzate pure Sangiovese e Montepulciano.

I vini assaggiati recentemente, mi hanno fatto ricredere definitivamente su alcune convinzioni che mi sono portato in dote dalle esperienze del passato e il più delle volte mi sono davvero piaciuti. Inarrivabile il Sagrantino “25 anni” di Arnaldo Caprai, che però ha bisogno di lungo invecchiamento, eccellenti anche quelli di Adanti e Scacciadiavoli.

Mi hanno colpito per la loro diversità, il Sagrantino Rocca di Fabbri, potente e concentrato e quello di Antonelli – San Marco, meno pesante ma da manuale.
Sorprendente è stato l’assaggio del Sagrantino “Carapace” che nasce da un’investimento Umbro della famiglia Lunelli ( Ferrari Spumanti – Trento) un vino molto pulito ed elegante . Di questa azienda e di Antonelli ho apprezzato anche due ottimi Rossi DOC riserva.

La versione più tradizionale ed antica, quella del Sagrantino Passito, ai giorni nostri viene presa in considerazione raramente ma, a mio avviso, è davvero la più intrigante, anche se ha bisogno di essere capita fino in fondo.
Alla dolcezza si contrappongono possenti ed inconsueti tannini, seguono complesse note di spezie, prugna secca, liquirizia e cuoio. Di recente ne ho assaggiati solo due, Carapace e Rocca di Fabbri, ma posso solo dire che ne è valsa la pena.

Per ciò che concerne gli abbinamenti col Sagrantino suggerisco piatti rustici e saporiti di carne e selvaggina come quelli della cucina tipica dell’Umbria. Il loro piatto più in voga è il colombaccio alla perugina, ma non disdegnerei lo stufato di cinghiale o il fagiano al tartufo di Norcia. Poi formaggi stagionati, pecorini e caciotte locali ma ci vedrei bene anche una bella robiolina delle nostre valli che si “siede” un po’ e tira fuori al Sagrantino la sua innata proprietà sgrassante.

La versione passita l’ho valorizzata al con l’ottima torta “cioccolato e vino” che l’amica Lorella Rinaldi, titolare dell’omonimo panificio-pasticceria di Valmadrera, prepara spesso e volentieri quando ci ritroviamo a degustare con gli “amici del venerdì”.

Visto il periodo, questo “passitone” proverei centellinarlo anche con le caldarroste, ma con moderazione perché picchia forte!

Assaggiare per credere
Roberto Beccaria

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24 ottobre 2018 — 09:07 / L'Italia nel bicchiere
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