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L’Italia nel bicchiere. Il mondo degli “uvaggi” e le sue eccellenze

RUBRICA – Cari amici, in questo periodo autunnale denso di impegni, in cui mi ritrovo a degustare da cinque a otto vini ogni sera, non mancano certo gli spunti per parlavi dei buoni vini che si producono lungo tutta l’amata penisola a forma di stivale. In un paio di recenti degustazioni ho avuto il piacere di degustare alcuni eccellenti vini ottenuti da “uvaggi”, una tipologia di vini che attualmente viene poco considerata anche per l’attuale tendenza a esaltare i “monovitigni”, soprattutto gli autoctoni recentemente valorizzati.

roberto_beccariaIn alcuni casi sono rimasto addirittura estasiato dalla piacevolezza, dall’eleganza ed anche dall’originalità di questi vini e colgo l’occasione per parlarvene. Andiamo con ordine: un “uvaggio” è un vino ottenuto con due o più vitigni e le due categorie fondamentali sono quelle derivanti da “taglio a caldo”, quando le uve vengono raccolte e pigiate contemporaneamente, e “taglio a freddo”, quando invece le uve vengono raccolte ognuna al giusto grado di maturazione, vinificate singolarmente, quindi assemblate per ottenere un unico vino che spesso andrà ad affinare nelle botti di varia capienza (barriques, tonneaux ed altre).

Tanto per cambiare i maestri di questa tecnica di vinificazione ed assemblaggio sono stati i francesi, in riferimento soprattutto al mitico “Taglio Bordolese” ottenuto con Merlot, Cabernet franc, Cabernet Sauvignon ed altre uve poi, a partire dagli anni 70/80, anche in Italia hanno fatto la loro comparsa eccellenti e costosi vini, innovativi per il periodo, che venivano etichettati come “vino da tavola” in quanto non soggetti ad alcun disciplinare.

Sto parlando di vini che hanno fatto epoca, come i “supertuscan” Sassicaia, Tignanello, Solaia, Vigorello, Cabreo, Ghiaie della Furba oppure il Capo di Stato di Loredan Gasparini o il Fratta di Maculan nel Veneto; per ciò che concerne i bianchi mi vengono in mente il Terre Alte di Livio Felluga o il Vintage Tunina di Jermann.

Successivamente un po’ tutte le aziende si sono cimentate col proprio “uvaggio”, a volte poco appropriato o magari condizionato dall’eccessivo impatto delle barriques, lasciando spesso disorientati anche gli addetti ai lavori.

Tornado ai tempi nostri e alle mie recenti degustazioni, devo proprio dire c’è stato un’incredibile miglioramento sia nella scelta delle percentuali dei vari vitigni da assemblare sia nell’utilizzo delle botti di rovere.

Generalmente ogni vitigno da il proprio contributo all’interno dell’uvaggio compensando le eventuale carenze degli altri o creando maggior equilibrio e complessità: per fare un esempio pratico l’altrea sera a Garlate ho condiviso con una quindicina di degustatori uno straordinario vino bianco friulano che si chiama “Confini” di Lis Neris, un blend di Traminer, Riesling e Pinot grigio in cui emergevano l’aromaticità del primo, la freschezza e la mineralità del secondo e la sapidità del terzo. Vino potente (14,5°) ma nel contempo piacevolmente snello e non stucchevole come certi Traminer in purezza.

Il mercato offre questa tipologia di vino in diverse fasce di qualità e prezzo, tra i più abbordabili e sfiziosi vi posso citare alcuni vini bianchi come lo “Scaia” di Tenutea S.Antonio (Garganega e Chardonnay, solo acciaio) oppure il “Santannella” di Mandrarossa (Fiano e Chenin Blanc, leggero passaggio in barrique) o ancora il bianco di Basilicata “Re Manfredi” (70% Muller th. 30% Traminer).

Tra i più prestigiosi mi sono rimasti impressi il Terlano “Nova Domus” (Pinot bianco, Sauvignon e Chardonnay) , l’intrigante ”Enosi” di Baron di Pauli (Sauvignon e Riesling) e Il Collio “Braide Alte” di Livon (Sauvignon, Chardonnay, Moscato Giallo e Picolit).

Per quanto concerne i vini rossi con un prezzo relativamente contenuto ho apprezzato recentemente il “Sant’Agostino” di Firriato (Nero d’Avola e Syrah) e il potente “Camerlano” di Garofoli (Cabernet , Merlot e Montepulciano).

Tra i più blasonati, senza comunque svenarsi economicamente, posso consigliarvi l’ottimo Langhe rosso “Marne Grigie” di Matteo Correggia (Barbera, Nebbiolo, Cabernet, Syrah), l’elegantissimo A.Adige ”Yugum” di Peter Dipoli (Cabernet e Merlot), il Bolgheri Sup. “Millepassi” di Donna Olimpia (cCabernet, Merlot e Petit Verdot), “Le Stanze “ di Poliziano (Cabernet sauv.e Merlot), il “Gravello” di Librandi (Gaglioppo calabrese e Cabernet sauv.) ed anche il “Barrua” Terra dei Nuraghi di Agripunica (Carignano, Cabernet e Merlot).

Non posso che finire in dolcezza con un paio di passitini niente male, uno Atesino ed uno Siciliano, praticamente ottenuti con le stesse tipologie di uve: l’ ”Aruna” di Cantina Cortaccia (Gewurztraminer e Goldenmuskateller) e il “Diamante d’Almerita” (Gewurztraminer e Zibibbo) un vero gioiello da abbinare possibilmente a formaggi erborinati o formaggi di capra morbidi ma intensi.

Dopo aver degustato dei vini così buoni mi permetto di consigliare, anche ai puristi più intransigenti ed ai convinti estimatori dei vini a monovitigno, non privarsi di cotanta bontà ….. uvaggi, perchè no?

Assaggiare per credere
Roberto Beccaria

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15 novembre 2016 — 11:12 / L'Italia nel bicchiere
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