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L’Italia nel bicchiere. L’Aglianico, il “Nebbiolo del Sud”

RUBRICA – Carissimi amici cultori del buon “Nettare di Bacco” vi porgo saluti e ringraziamenti per il vostro continuo interesse, sperando che prima o poi si tramuti in un concreto e positivo approccio alla degustazione.

E’ proprio dalle degustazioni che prende spunto questa rubrica quindi, visto che proprio ieri sera mi sono emozionato assaggiando un Taurasi riserva del 1999, ho deciso di parlarvi dell’Aglianico, il vitigno con cui si ottiene questo eccellente vino rosso dell’Irpinia.

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Roberto Beccaria

L’Aglianico viene addirittura definito il “Nebbiolo del Sud” – a parer mio uno sproposito – ma se proprio vogliamo trovare analogie fra Nebbioli e Aglianici, cerchiamole nella longevità dei vini o nelle notevoli differenze dovute alle annate più o meno favorevoli, non certo nelle loro caratteristiche organolettiche.

Pochi dubbi invece sull’antica provenienza greca del vitigno, molto diffuso in diverse regioni del meridione come Campania, Basilicata, Molise e Puglia ( Magna Grecia) . Il nome stesso del vitigno deriva da “Ellenico”, diventato “Aglianico” già dal XV secolo all’epoca della dominazione degli Aragona, spagnoli nella cui lingua la doppia “l” si pronuncia “gl”.

Gli storici attribuiscono a questo nobilissimo vitigno anche la prima Denominazione d’Origine al mondo, il “Falerno del Monte Massico”, prodotto nell’entroterra di Mondragone (CE) più volte citato dai testi risalenti all’epoca dell’impero romano.

L’Aglianico ha buona vigorìa e resistenza, inoltre si adatta bene a diversi climi e terreni , da cui il vino trae le varie sfumature. Per fare un esempio ci sono evidenti differenze fra un Aglianico del Vulture, ottenuto da uve coltivate in quota su terreni di origine vulcanica, ed un Castel del Monte Aglianico prodotto con uve coltivate al piano su terreni di conformazione calcareo-tufacea, mi spiego?

Lo si vendemmia piuttosto tardivamente, tanto che nelle zone dell’entroterra collinare si arriva addirittura alla seconda metà di ottobre, quindi diventa ancor più determinante l’ andamento climatico che caratterizzerà l’ annata.

La mia lunga militanza nel mondo del vino (1979) evoca periodi in cui l’Aglianico era praticamente sconosciuto; ci sono voluti la tenacia di un produttore in particolare, mi riferisco a Mastroberadino col suo Taurasi “Radici”, e la professionalità di alcuni gestori, tra i quali ricordo con affetto e nostalgia il compianto Lino Cattaneo del “Nicolin” di Maggianico, per far capire il vero potenziale del vitigno. Penso che tutto il movimento dei vini campani, che annovera ormai decine e decine di aziende a tutti i livelli, dovrebbe innalzare un monumento a questi “pionieri” “dell’Aglianico.

Tornando ai giorni nostri si possono trovare sul mercato degli ottimi prodotti a prezzo abbordabile provenienti da tutte le sopracitate regioni, però alle nostre latitudini si punta soprattutto sui classici di aziende leader come Mastroberardino e Feudi S.Gregorio oppure sugli emergenti di ultima generazione come Quintodecimo in Irpinia, azienda condotta da Luigi Mojo detto “ ‘O professore”, Cantine del Notaio in Basilicata (di cui Mojo è stato l’enologo) o anche Di Majo Norante in Molise.

Gli ultimi convincenti assaggi di prodotti al giusto prezzo sono stati Aglianico del Molise “Contado” di Di Majo Norante, Aglianici del Vulture “Atto”di Cant.Notaio e “Serra del Prete”di Musto Carmelitano, infine Aglianico d’Irpinia di Cantine di Marzo.

Recentemente mi hanno incuriosito anche un paio di versioni di spumanti classici rosè ma devo ammettere in tutta sincerità che ho assaggiato di meglio. Salendo di qualità e costo alcuni vini non solo mi hanno convinto, ma anche stupìto ed entusiasmato: mi riferisco al Taurasi “Radici” ris. ’99 dell’altra sera preceduto da una “verticale “ 2004/2007 , agli Aglianici del Vulture “Vigneto Serpara” Terra degli Svevi , “la firma” Cant.Notaio ed anche il Basilisco, poi Aglianico D’Irpinia “Terra d’Eclano” Quintodecimo. Non è finita qui: il sottoscritto, insieme ai soliti “amici del venerdì”, si è tolta la soddisfazione di assaggiare il mitico Taurasi ris. “Vigna Quintodecimo” 2004, il costo è letteralmente da infarto ma è davvero un grandissimo vino!

Per quanto concerne gli accostamenti, visto che non ci troveremo mai di fronte a vinelli giovani e leggeri, possiamo servirli soprattutto con carni rosse o carni alternative come l’agnello. I grandi aglianici possono reggere piatti a base cinghiale o selvaggina ed anche formaggi saporiti, di terriotorio e no.

La conferma è arrivata dal perfetto connubio tutto lucano fra Aglianico del Vulture “Serpara”2008 e pecorino Moliterno di media stagionatura comprato su dal Christian della salumeria “Filet” in rione Castello, il mio selezionatore di fiducia: abbinamento talmente centrato che una bottiglia non è bastata!

Assaggiare per credere
Roberto Beccaria

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20 gennaio 2016 — 14:03 / L'Italia nel bicchiere
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