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“L’Italia nel bicchiere”. Oggi con Roberto Beccaria parliamo del Nebbiolo

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Roberto Beccaria

LECCO – Ben ritrovati a tutti voi che mi avete seguito nel primo articolo, in cui ho parlato del Verdicchio (vedi articolo), e che avete la bontà di farlo ancora. Immagino condividiate con me la passione per il vino ed anche per il preannunciato Nebbiolo, il nobilissimo vitigno a bacca rossa argomento odierno.

La sua origine è certamente Piemontese, con ogni probabilità proprio dell’Albese, la zona dove tutt’oggi se ne producono alcune versioni prestigiose come Barolo e Barbaresco. Alcune citazioni apparse su documenti ritrovati recentemente parlano di un ‘uva molto coltivata anche tra il XII e il XIII secolo soprattutto a ridosso dell’antica via Franchigena , lungo la quale avvenivano scambi commerciali tra cui anche quelli inerenti le barbatelle .

E’ un uva di tardiva maturazione, lo si vendemmia generalmente ad ottobre inoltrato quando la vigna comincia ad essere immersa nelle prime nebbie autunnali, da qui la versione più attendibile del nome Nebbiolo.

Esso è coltivato largamente nelle regioni di Nord-Ovest , e proprio in questa fetta d’Italia si trovano le zone di maggior rilievo e prestigio, che rapidamente vi elenco:

barbaresco

Zona del Barbaresco (photo panoramio.it)

La Val d’Aosta, il cui nebbiolo più famoso è il Donnas; il Canavese e dintorni dove si produce l’ottimo Carema; l’Albese, sponda destra del Tanaro, con l’ampio territorio dei 12 comuni del Barolo ed i 4 comuni del Barbaresco , quindi il Nebbiolo d’Alba;

Il Roero, sponda sinistra Tanaro, con il Roero ed il Roero Superiore; Il Novarese, dove viene chiamato “Spanna” e viene associato ad alcune uve locali come la Vespolina o la Bonarda novarese per ottenere vini come Gattinara, FaraGhemme, Sizzano, Boca e Lessona;

La Valtellina, dove viene chiamato “Chiavennasca”, che non deriva da Chiavenna bensì dal termine dialettale “ciù vinasca” (più adatta alla vinificazione). Vale la pena spendere qualche parola in più per la zona vitivinicola di rilievo più vicina a Lecco. La successione logica dei vini è Rosso di ValtellinaValtellina Superiore e Sfursàt di Valtellina, che richiede l’appassimento della Chiavennasca almeno fino al 10 dicembre. I “Superiore” possono riportare il nome di una delle (5) sottozone Sassella, Grumello, Inferno, Valgella e Maroggia.

I nebbioli che si ottengono nelle diverse zone sopra elencate avranno sfumature che variano in base all’annata, al microclima di zona, al terreno ed allo specifico invecchiamento stabilito dai disciplinari, visto che generalmente si esprimono al meglio quando si sono adeguatamente “riposati”.

Altre componenti che attualmente hanno un’impatto significativo sui vini , e in particolare sui nebbioli, sono la tecnica di vinificazione ed il periodo di affinamento. Qui si alternano i produttori tradizionalisti, che previlegiano la tipicità in riferimento al territorio ed alla valorizzazione del vitigno, e gli innovatori , che non si fanno scrupolo di utilizzare strumentazioni di ultima generazione in cantina e poi affinare i loro vini in barriques allo scopo di dar loro maggior piacevolezza e rotondità. Se dovessi fare un paio di citazioni riferito alle due categorie, mi vengono in mente i Valtellina “integralisti” di Ar Pe Pe e quelli “moderni” di Mamete Prevostini, oppure i Barbareschi ottenuti da singole vigne di Roagna e quelli “internazionali” di Angelo Gaja, ma a questi livelli sono apprezzate entrambe le interpretazioni da intenditori e no.

Visto le diverse zone di produzione e le numerose versioni , per sapersi orientare nell’acquisto e nell’accostamento con il cibo mi permetto di consigliarne la suddivisione in almeno tre tipologie.

I nebbioli piuttosto giovani, ma comunque profumati, raffinati ed equilibrati come Nebbiolo e/o rosso di Valtellina, Langhe Nebbiolo e Roero da abbinare a primi piatti saporiti, gustosi (vedi pizzoccheri o lasagne al ragù) con ricette non troppo elaborate a base di carni biache ( vedi coniglio arrosto o “scottadito” d’agnello) oppure con formaggi a media stagionatura privilegiando il territorio di provenienza (vedi Casera o Scimudìn, Toma o Bra tenero, Fontina, Valsesia).

I nebbioli di medio invecchiamento ma di indubbia eleganza, carattere e personalità , mi riferisco ai Valtellina Superiore, ai Roero sup., ad alcuni vigneti di Barbaresco nonché a qualche ottimo Donnas,Gattinara o Ghemme. Vini da abbinare sia a carni rosse pregiate, come roast beef agli aromi o filetto di bue in crosta, che a ricette della tradizione come ossi buchi trifolati o spezzatino di vitello coi funghi porcini; si prosegue con l’ampia gamma di formaggi a cui attingere, mi vengono in mente le DOP Bitto, Formai de Mut, Fontina d’alpeggio, Bra, Raschera ma anche , Bagos,Bettelmatt , Stelvio, Spressa e Carnia.

Infine i “grandi nebbioli” , vini importanti e maturi, austeri come i Baroli, poderosi ma nel contempo gentili come gli Sforzati, raffinati e di classe cristallina come diversi Barbareschi , Carema, Gattinara o Roero riserva.
Con questi vini arriva agli stracotti ed ai brasati, alla selvaggina ed ai formaggi stagionati sia a pasta dura come un Parmigiano-Reggiano “vacche rosse” , pasta semidura come un Bitto di due o tre anni, pasta molle come una rabiola della Valsassina “latte crudo”.

Concludendo, vi assicuro che decantare questi “gioielli”, apprezzarne il colore rubino “scarico” con le tipiche sfumature granata acquisite con l’età, captarne il profumo intenso e complesso che migliora man mano che il vino si ossigena ed infine degustarlo da un ampio bicchiere, è un piacere da condividere quindi… assaggiare per credere!

Roberto Beccaria

ARTICOLI PRECEDENTI

16 gennaio – Vino protagonista. “L’Italia nel bicchiere”, nuova rubrica di Roberto Beccaria

 

 

 

 

 

 

 

 

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27 gennaio 2015 — 10:49 / L'Italia nel bicchiere
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