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Lettera. “Studenti, aiutate i vostri compagni che arrivano da lontano”

LECCO – Riceviamo e pubblichiamo: 

 

“Sono stata una studentessa anch’io, ma stavolta mi trovo dall’altra parte della cattedra ad imparare… ancora una volta.

Non ho da insegnare nulla, ma voglio portare la mia esperienza, supportata da un percorso legato all’identità che ho intrapreso con i ragazzi della scuola superiore Parini di Lecco.
Giustamente sarete emozionati, alcuni di voi iniziano, altri si ritrovano ed altri ancora hanno dovuto cambiare classe. Mi ritrovo in ciascuno di voi.
Pensando proprio all’identità, vorrei dirvi che ognuno ha la propria, ma quella dei ragazzi adottati e figli di seconda generazione, è davvero molto particolare.

Lo so che voi maestri e professori, siete bravissimi ad insegnare le vostre materie (in questo ringrazio i miei professori per avermi trasmesso l’amore per lo studio ma anche il mio orgoglio nel voler imparare), però ci sono alcuni aspetti che vorrei sapeste.

I libri contengono storie bellissime. Da questi ho avuto modo di apprendere eventi che hanno fatto la storia di un paese, come questa bellissima Italia, ma anche tra i banchi ci sono storie altrettanto belle, che hanno contribuito alla formazione dell’identità di ognuno.

Ogni alunno ha la sua storia e vorrei dedicare questa lettera parlando di loro. Questi ragazzi hanno partenze diverse, sono partiti da lontano, alcuni hanno fatto proprio il giro del globo per essere qui.

Sono ragazzi che provengono da un abbandono, hanno dovuto lasciare una terra, la propria lingua, le proprie tradizioni, le usanze, i proprio simili, i propri punti di riferimento. Lo so, mi rendo conto che sia davvero incredibile riuscire a capire soltanto un pochino di ciò che hanno vissuto.

Provate dunque ad immaginare voi stessi che da un momento all’altro venite presi e trasferiti in un paese lontano, con persone diverse che parlano una lingua diversa, senza amici e vi viene detto che quel luogo sarà la vostra casa per sempre. Non è come quando si va in vacanza in un posto esotico e sai per certo che poi ritorni a casa.

Provengono da un abbandono. Mentre i nostri ragazzi, nati in questa parte di mondo erano tra le braccia di una mamma e un papà, loro erano in fila per avere una famiglia. Mentre alcuni giocavano spensierati tra le mura di casa, loro erano in un istituto in attesa di una casa.

L’infanzia per loro non è stata una passeggiata, i loro occhi hanno visto cose che un bambino non dovrebbe vedere. Sono diventati grandi, mi correggo, sono dovuti diventare grandi prima del tempo e magari prendendosi cura dei fratelli, o di bambini più piccoli. Sono ragazzi giudiziosi, responsabili.

Credetemi, questi ragazzi sono in grado di apprendere tutto quello che insegnerete loro. Conquistate la loro fiducia, non attraverso le bugie, perché queste le conoscono già, ma con onestà e trasparenza. Tanti adulti prima di voi hanno tradito la loro fiducia e per motivi discutibili hanno dovuto abbandonarli.

Sono sopravvissuti ad un abbandono, alcuni anche due o tre, in loro la resilienza scorre potente. Vi chiedo solo di rallentare, dare un ritmo lento ai ragazzi ed aspettarli perché ognuno ha il suo tempo.

Il segreto del parlare è ascoltare. Ascoltate le loro storie, i loro vissuti. Loro sentono prima di tutto col cuore, e hanno un gran bisogno di essere accettati, accolti.

Dico queste cose perché conosco il loro mondo, conosco le loro emozioni e i sentimenti che abitano dentro i loro cuoricini. Conosco le loro domande e le loro paure.
Per molti di loro la fine dell’estate ha rappresentato un trauma, soprattutto nei passaggi tra elementari e medie, dalle medie alle superiori. Un trauma nell’inserirsi in gruppetti già formati.

L’ansia gioca un ruolo fondamentale in queste situazioni, la preoccupazione di non piacere, di non essere intelligenti, di non capire e non avere subito una risposta pronta come gli altri, paura delle domande inopportune e quindi di essere infastiditi, abituarsi di nuovo a persone mai viste e ricreare legami, stare in equilibrio in mezzo ai propri pensieri. Più si cresce, più ci si ritrova tra i pari, più ci si carica di ansia, di aspettative. In loro vi è il desiderio di essere uguale agli altri per non avere questa sensazione di inadeguatezza dentro e il loro orgoglio di essere diversi perché nati in una terra lontana.

La diversità è davvero una ricchezza, sono unici nella loro peculiarità, perché omologarli? Perché non si può semplicemente dare valore alla loro diversità?

Ecco, questo è il mio invito per voi che avrete la fortuna come me, di conoscere vite che arrivano da lontano, che non serve sempre viaggiare perché basta aprire la propria porta della mente e del cuore per avere il mondo a portata di “banco”. Spero possiate ispirare i ragazzi con il vostro entusiasmo e che con il vostro esempio possiate indicare la strada a chi ha il compito di insegnare. E chissà che tra quei banchi, tra mille volti curiosi, colorati e desiderosi di crearsi la propria identità, ci sia qualcuno che ha anche qualcosa da insegnarci, nel suo piccolo. Buon cammino”,

Aroti Bertelli, classe 1985, adottata all’età di 9 anni dall’India.

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14 settembre 2018 — 09:03 / Lettere, Scuola
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